il Padovanino

dicembre 19, 2006

ESERCIZI DI MEMORIA

Filed under: attualità,cronaca — vaitranquillo @ 1:29 pm

ESERCIZI DI MEMORIA
Pinochet è morto, la settimana scorsa. Un altro dittatore, protagonista nostro malgrado del Novecento, ci ha lasciato.
Ma cosa ci ha lasciato questo personaggio, che migliaia di cileni ricorderanno per generazioni ancora?

La verità sulla figura del generale, capo carismatico della giunta militare che nel 1973 rovesciò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, la storia l’ha già detta, ampiamente.
pinochet2.jpg Difatti è proprio all’immagine di Pinochet che ci si rifà al momento di tratteggiare le tinte del dittatore “moderno” (diverso, per intendersi, da quelli affermatisi nella prima metà del secolo scorso), tanto fu lo scalpore destato in tutto il mondo dagli eventi cileni degli anni ’70.
Il regime cileno, formalmente caduto nel 1989 con il plebiscito che mancò di confermare il Generale dei carabineros alla guida del Paese, non fu forse il più sanguinario del panorama latino-americano, ma certamente quello che incarnò gli aspetti più tracotanti del potere di uno Stato golpista nei confronti dei cittadini.

Non a caso tre anni dopo, tra la fine del 1975 e gli inizi dell’anno successivo, quando anche in Argentina si attuò la progressiva presa del potere da parte delle Forze armate, la strategia si sviluppò su altri binari: nessuna cruda esibizione di violenza, nessuna formale condanna a morte per gli oppositori del regime, ma una trama occulta di rapimenti e omicidi mirati, violazioni ed abusi di ogni tipo, che niente avevano da invidiare alle più esplicite violenze della dittatura cilena, che forse superarono per atrocità e numero di vittime.

Ad oggi, Cile ed Argentina sono due realtà che non hanno ancora fatto i conti con la propria storia.
In Cile, la morte di Pinochet ha riportato a galla, nell’ingiustificato clima di stupore di molti commentatori, la larga base di consensi – anche “istituzionale” – di cui la figura del generalissimo continua a godere in tutto il Paese, dimostrando quanto sia ancora necessario un serio impegno di ricerca, discussione e appuramento dei fatti e delle responsabilità. Tanto nella lacerata società cilena, per ricomporre una frattura sociale tuttora viva, quanto in sede di studi storici, per collocare le vicende golpiste nel loro tempo e ricostruire un quadro che, per certi aspetti, riguarda anche noi italiani.

In Argentina la dittatura militare ha avuto vita decisamente più breve, ma di quell’esperienza porteranno memoria intere famiglie, smembrate o dilaniate dalle atroci operazioni dell’Esma (la polizia segreta golpista), nonché la disastrata situazione economica del Paese, giunto al crac alla fine dei ’90 dopo aver seguito le direttive neoliberiste del Fondo monetario internazionale, sulla scia indicata dal mentore Friedmann al Cile di Pinochet già nei ’70.

A fronte di tutto questo, la domanda che corre l’obbligo di porsi è questa: ha senso cercare oggi un giudizio riassuntivo, complessivo, monolitico su questi eventi, sui loro protagonisti, sui contesti da cui sono scaturiti e sulle condizioni che ne hanno consentito lo svolgersi, come quello espresso da Sergio Romano sulle pagine del Corriere, quando ancora c’è chi cerca e insegue uno squarcio di luce su drammi tutt’oggi irrisolti?
L’esigenza di storicizzare è fondata e legittima, ma condizione preliminare è che i processi storici in questione siano esauriti e la loro natura sia delineata e riconosciuta dalle parti in causa. Non basta la morte di un dittatore per chiudere una pagina della storia.

Vera Vigevani Jarach, madre di Plaza de Mayo, ha di recente visitato la natia Italia, presentando il suo libro Il silenzio infranto in varie città italiane, tra cui Padova, con la testimonianza dell’ex ct della nazionale italiana di pallavolo, Julio Velasco, anche lui vittima trasversale della repressione.
Come molti altri argentini che stanno cercando la risposta ognuno al proprio dramma familiare, da che fine abbiano fatto i propri cari trent’anni fa a dove siano stati parcheggiate le centinaia di hijos sottratti alle loro famiglie, anche questa anziana signora è in attesa di una parola definitiva da parte della giustizia, stavolta quella italiana (processo Acosta contro il sequestro di cittadini italiani tra 1976 e 1983), che possa finalmente inaugurare un nuovo rapporto con quel passato doloroso.
Il messaggio che Velasco e Vigevani hanno voluto condividere con le platee dei giovani studenti italiani va però oltre il significato più immediato della memoria, intesa solo come attività di esposizione ed enumerazione di fatti e dati.
Esercitare la memoria significa infatti «attualizzare quel messaggio e creare una coscienza critica e attiva», non relegare quei fatti ad un passato lontano, ma viverne il latente pericolo in ogni assetto istituzionale, anche quelli in apparenza più funzionanti, più “normali”.

In proposito, ritorna potentemente attuale il pensiero di Anna Harendt, da intendersi – secondo coscienza – come monito per i giorni nostri: un regime totalitario non ha sempre, necessariamente, le vesti del boia.
Ne basta l’indole, per creare un danno duraturo, e l’acquiescienza di chi, potendo sollevare questione, sceglie puntualmente di non voler vedere, di ripararsi dietro a un dito, di giustificare il proprio silenzio con l’apparente rispetto delle libertà democratiche da parte di chi amministra il potere.
Ciò può valere anche per l’Italia, evidentemente, dove neanche cinquanta anni di Dc e P2, dieci di Berlusconi, rapimenti di liberi cittadini (vedi Abu Omar e forse altri), trame eversive (Dssa, Camicie Grigie e Gladio parallela) e intercettazioni e ricatti vari (Telecom-Sismi-Polis d’istinto), e in mezzo stragi e misteri d’ogni sorta, hanno potuto insinuare un qualche dubbio sulla reale solidità delle nostre istituìzioni.

Restare vigili sembra allora un obiettivo arduo nel panorama della società italiana, dove Mussolini e Hitler sogliono ormai pareggiare con Stalin e Fidel, tappandosi gli occhi sul fatto che il problema non stia tanto nel dibattito storico – aperto e pronto ad accogliere le più scomode delle verità – quanto sui tanti e arzilli figliocci dei primi due, sempre più legittimati e sempre più visibili nella nostra vita pubblica.
Certo il presente è una categoria estremamente difficile da leggere e interpretare, ma il passato è dietro l’angolo e può aiutare, basta allungare l’occhio e fare un piccolo esercizio di memoria, critica e onesta.

Stefano Vannucci

29 commenti »

  1. parafrasando la famosa frase di un mediocre film, si può dire che le persone hanno una buona memoria storica, mentre la gente no. si dimentica in fretta, come nelle questioni amorose, per non soffrire. esempio lampante è il convegno di negazionisti da poco tenutosi in iran. però la questone dell’olocausto è una cosa diversa, una faccenda ormai più simbolica (per quanto importantissima) che altro. le polemiche che tu sollevi in relazione a hitler e mussolini, invece, e a maggior ragione quelle relative a pinochet, sono forse anch’esse non del tutto una questione storica, ma per un altro motivo: si tratta infatti, più che di storia, di politica. e se la storia è, in un certo senso, una scienza, ovvero una disciplina basata sullo studio di fonti oggettive, la politica è pura interpretazione, puro ideale. e spesso interpretazioni ed ideali sono guidate da uno spirito tanto opportunistico quanto emotivo, in senso di banale convenienza. ovvero: la questione della pena di morte nell’antica roma verrà senz’altro affrontata da tutti noi in maniera diversa dalla questione della pena di morte ai giorni nostri, perchè nel secondo caso chi ne parla è emotivamente o opportunisticamente coinvolto (intendo dire: e se ad essere intervistato per un eventuale sondaggio sulla pena di morte fosse un boia? o il governatore del texas? o il genitore di un bambino violentato e ucciso?) questo per dire che quando si parla di dittatori del ‘900 o amenità di questo genere non si deve commettere l’errore di pensare che si stia parlando di storia con la s maiuscola. si sta parlando di politica. un esponente di estrema sinistra non parlerà mai di stalin nello stesso modo in cui potrebbe parlarne un liberale, e un berlusconiano giurerà fino alla morte che gli stati uniti non erano poi così coinvolti nei vari colpi di stato in cile o salvador. più che lezioni di memoria, dunque, impartirei a quei poveri di spirito che inneggiavano a pinochet durante il suo funerale delle lezioni di etica e buon gusto, dal momento che, per quanto la memoria possa essere corta, migliaia di morti ammazzati o desaparecidos non possono essere dimenticati nel giro di pochi anni o decenni. tutti sanno e si ricordano cos’è successo, ma spesso se ne fregano. e ai cortei paracarnevaleschi di berlusconi la gente continua a inneggiare al “duce”.

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 2:13 pm | Rispondi

  2. C’è una parte che capisco in questo post, e una parte che non condivido.
    Strana dicotomia.

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 3:09 pm | Rispondi

  3. cosa intendi?

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 3:13 pm | Rispondi

  4. Il finale mi lascia un po’ perplesso. Sembra che in Italia, con le sue istituzioni dimezzate, si respiri aria di dittatura con un pizzico di democrazia. Mentre per me è il contrario. Altrimenti credo non saremmo sopravissuti a tutte le magagne che Stefano ha citato.

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 3:27 pm | Rispondi

  5. non si tratta di dittatura, che non c’è fino a prova contraria, ma di ignoranza. tra le tante persone colte che ho incontrato, di fascisti ne ho conosciuti lo 0,001%. chi vota berlusconi è un ignorante. chi inneggia al duce è un ignorante. i negazionisti sono ignoranti. gli ignoranti bruciano i libri, o ne leggono uno solo, che è lo stesso. la bibbia o il libretto rosso da soli sono più pericolosi che altro. in italia non c’è una dittatura, ma il fatto è che ormai sono in pochi a temerne l’avvento.

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 3:33 pm | Rispondi

  6. Conosco persone che votano Berlusconi e non sono per niente ignoranti. A livello di discussione politica darebbero una bella scoppola sia a me che a te.

    E trovo abbastanza ardita l’equazione “voto Berlusconi=sono fascista”. O era un semplice esempio? No, perché come esempio stranamente va a cadere sempre lì.

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 3:41 pm | Rispondi

  7. no, questo no, davvero, non era una cosa voluta.

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 3:42 pm | Rispondi

  8. Concordo con Mario.
    Molte persone che votano il Sirvio non sono affatto ignoranti.
    (su negazionisti e “ducisti” concordo però)

    Commento di nuvolesparse — dicembre 19, 2006 @ 3:42 pm | Rispondi

  9. Eh beh, sui “ducisti” che puoi dire? Nulla di buono di sicuro..

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 3:51 pm | Rispondi

  10. sottolineo ancora che per me fascismo e berlusconismo non sono equivalenti. però ci tengo anche a precisare che per “ignoranti” intendo “ignoranti dal punto di vista politico”. ed è ovvio che se feltri o ferrara votano berlusconi non è che immediatamente tutta la loro cultura – politica e non – svanisce all’istante, nè che io che non voto forza italia sono più colto di loro. semplicemente secondo me chi vota berlusconi appartiene ad una di queste 2 categorie: 1) gli opportunisti. a questa categoria appartengono tutti coloro che sono passati dalla parte del cavaliere per fare carriera o per guadagnarci soldoni. e a mio parere mettere da parte non solo gli ideali, ma anche quello che in modo molto obsoleto può essere chiamato “amore di patria” solo per fare carriera o guadagnare soldoni è un atto di estrema ignoranza. 2) gli ignoranti tout-court, ovvero quella povera gente cresciuta o invecchiata a suon di canale 5 e rete 4 che vede in berlusconi un salvatore o addirittura un messia. insomma, coloro che si fanno infinocchiare dai mass media con estrema facilità perchè sono troppo pigri per aprire un libro o andare al cinema.
    credo che ora sia chiaro che per ignoranza non intendo la semplice mancanza di un’istruzione liceale o universitaria, ma una cosa ben più subdola e pericolosa.

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 3:54 pm | Rispondi

  11. E io continuo a non condividere. Perché esiste una terza categoria. O forse sono delle mosche bianche, ma ci sono.

    Il tuo – a mio per nulla modesto parere – è un peccato di superbia.

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 3:57 pm | Rispondi

  12. Sono sostanzialmente d’accordo con la distinzione fra giudizio storico e giudizio politico, benchè i due piani si intersechino.

    Hitler e Stalin sono due figure che non possono essere ridotte l’una all’altra, nè Mussolini con Castro. Ma si può pensare che entrambe le coppie di statisti siano equidistanti rispetto ad un’idea democratica e liberale di buon governo e di società ben ordinata. Inoltre si può sostenere che, al di là della struttura economica comunista, fra le due categorie di regimi dittatoriali non esista una differenza sostanziale di sistema. E che quindi, per molti aspetti, le due forme politiche coincidano sotto il profilo pratico, sebbene le ideologie e forse anche le intenzioni differiscano profondamente.
    Questo giudizio politico di equidistanza deve tuttavia essere affiancato dalle considerazioni storico-politiche sul presente. Il comunismo rappresenta sostanzialmente il passato sepolto, di cui restano solo le macerie, o al massimo sulla strada dell’estinzione. Invece il timore di nuove dittature di destra è vivo perchè i regimi fascisti sono storicamente nati dalle derive autoritarie della democrazia. In questo senso il paradigma fascista, inteso come struttura di potere storicamente determinata sia dal punto di vista culturale che sociale, può ripresentarsi in forme nuove, estranee sia alle condizioni storiche seguite alla prima guerra mondiale e alla rivoluzione russa, sia a quelle della guerra fredda. Questo non vale affatto per il paradigma comunista. La sua morte è irriversibile, non solo nel corpo ma anche cerebralmente, cioè nelle condizioni sociali e culturali del nostro tempo.

    Alessandro Mileti

    Commento di amileti — dicembre 19, 2006 @ 3:59 pm | Rispondi

  13. chi ha parlato di modestia?😉
    comunque sì, capisco che il mio discorso tenda a generalizzare, ma le elezioni non le decidono le mosche bianche, bensì la famosa MASSA…

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 4:00 pm | Rispondi

  14. altre categorie che votano silvio

    3)gli impreditori, specie del nord-est, che non amano le intromissioni dello stato nell’economia e vogliono pagare meno tasse

    4)i delusi dalla sinistra

    5)quelli che lo votano solo come reazione a furia di sentire “berlusconi è il male”

    6)i figli di berlusconi e i giocatori del milan (che sono la stessa cosa poi)

    7)quelli a cui berlusconi ha dato un lavoro (vedi comunque punto 6)

    8)molti fedelissimi di Craxi

    9)quelli che vedono ancora il comunismo come un pericolo reale

    10)stefano vannucci

    e comunque stiamo andando OT (over-thread = fuori argomento) rispetto al post che stiamo commentando

    Commento di nuvolesparse — dicembre 19, 2006 @ 4:03 pm | Rispondi

  15. per mario, en passant: un rapido identikit di questa terza categoria?

    Commento di vaitranquillo — dicembre 19, 2006 @ 4:05 pm | Rispondi

  16. la categoria 9 è stata di recente rinchiusa per intero in un manicomio del wisconsin;
    la categoria 5 non la prendo nemmeno in considerazione perchè è un insulto all’intelligenza umana;
    la categoria 10 direi che è falsa;
    la categoria 6 è troppo ristretta per fare statistica;
    le categorie 8 e 3 rientrano nella mia categria 1;
    la categoria 7 può avere un senso;
    la categoria 4 ahimè è una falla nel mio sistema.

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 4:08 pm | Rispondi

  17. Già la classificazione di Verzé ha più senso, a parte alcune categorie “divertenti”.

    Però fate questo passo, ispirandovi a Rodriguez in un certo senso:

    l’imprenditore, il deluso dalla sinistra, il craxiano etc. non sono forse portatori di una “cultura altra”? Voglio dire, esiste un qualche nucleo di valori, opinioni, etc intorno a cui si raccolgono. O c’è solo ignoranza e venerazione del capo?
    A questo punto ve la pongo come domanda. Non mi faccio portatore di certezze.

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 4:09 pm | Rispondi

  18. Vorrei capire perché la categoria 3 e la categoria 8 sono da manicomio. No, perché sono intorno a noi, ma non vedo camicie di forza.

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 4:18 pm | Rispondi

  19. nella mia categoria 1 intendo “gli opportunisti”

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 4:18 pm | Rispondi

  20. COMUNQUE PROPONGO UNA DISCUSSIONE SU TEMI PIU’ ORIGINALI: DI BERLUSCONI SE NE E’ PARLATO FIN TROPPO.
    PARLIAMO DI:
    OMBRELLINI DA COCKTAIL
    O
    TANGA FLUORESCENTI.
    scherzo, ma era solo per dire che alla fine – mea culpa – si parla sempre a parlare di berlusconi.

    Commento di albertogallo — dicembre 19, 2006 @ 4:21 pm | Rispondi

  21. Opportunisti. Mah. Quelli che non vogliono un’eccessiva intromissione dello Stato nell’economia e vogliono pagare meno tasse a casa mia si chiamano “liberisti”.
    Fa rima con “opportunisti”, però non è la stessa cosa.

    Commento di mariocaporello — dicembre 19, 2006 @ 4:21 pm | Rispondi

  22. Alcune considerazioni.
    Per gallo: guarda che dire “voto per opportunismo” non è un insulto. è giusto che ognuno voti nel suo interesse. anzi, votare per interesse vuol dire avere un certo grado di consapevolezza politica che è lontana dall’ignoranza supposta del centrodestra. Se io sono un imprenditore del nordest è logico che voto un partito che mi dia meno tasse, anche in cambio di uno stato sociale smantellato, tanto sono ricco; e voglia deregolare al 100% il mercato del lavoro, così le camere del lavoro non mi romperanno più. giusto per fare un esempio.
    Voto per interesse anch’io, in un certo senso. Per chi tuteli la persona che vende il proprio lavoro, per chi applichi una tassazione “giusta” che si traduca in determinati servizi pubblici, zittisca il clero, ecc. (quindi in italia non voto🙂

    Per altri discorsi. Credo che una distinzione tra storia e politica sia impossibile. Anche nella storiografia cosiddetta “scientifica” ci sono giudizi che sono determinati dalla visione delle cose che abbiamo in quel momento storico/sociale/politico. La storia non si studia in laboratori asettici. Lo storico è comunque un uomo del suo tempo, della sua cultura, delle sue appartenenze. Questo da erodoto ai giorni nostri. Ci può essere la malafede, ma è un altro discorso.
    Certo leggere sul corriere un articolo che per “storicizzare” a momenti dice: “suvvia, chi di noi non è mai stato un dittatore nell’america latina degli anni ’70, era così divertente”.
    Viva Gianni Minà!!!

    Commento di pistetero — dicembre 19, 2006 @ 4:23 pm | Rispondi

  23. Che confusione, epro! Due imbeccate da parte mia:

    1) Perchè pensate che la morte di Pinochet abbia fatto notizia? Propio perchè – come aveva distrattamente notato qualcuno – grazie al suo decesso gli eventi a lui assimilabili possono essere spostati dal campo della politica a quello della storia.

    2) Basta con questo terrorismo psicologico dell’avvento di un nuova dittatura! Storicamente, una e una sola è la condizione con cui si ottiene una dittatura: la completa soppressione o l’intolleranza verso la minoranza. E finchè stiamo qua a discutere in libertà e legittimità di queste cose, state ben sicuri che i carri armati sono ancora molto ma molto lontani dalla piazza.

    Commento di rikileo — dicembre 19, 2006 @ 4:23 pm | Rispondi

  24. per Nuvole sparse: secondo me siamo ampiamente nei binari del dibattito, che cmq, partendo da un quadro storico (non un fatto) e sviluppando un ragionamento sulle dinamiche del potere e la percezione del livello di efficacia delle istituzioni, si apre necessariamente ad ogni spunto.
    più difficile sarà tenerlo insieme, evitando magari di lasciare che berlusconi monopolizzi ogni nostro ragionamento. Mi sembra molto interessante, ai fini della rotta che volevo tracciare in questa discussione, l’intervento di Mileti. Tralasciando alcuni punti di disaccordo sulla sua analisi, ne sottolineo uno fondamentale: i regimi autoritari sono spesso derive di assetti democratici.
    La domanda che implicitamente ponevo è questa: fino a che punto, nel presente, si ha la consapevolezza dello svolgersi di questi processi? Dove, e su quali basi, viene individuato il punto critico? Non è che ci ritroveremo, noi o i nostri figli, a combattere per sostenere che fascismo, nazismo, stalinismo ecc furono aberrazioni, di fronte a convinti oppositori delle “nostre” verità?
    Rispetto a questo, le ultime tre cose: 1) i 6 milioni di ebrei morti nella Shoah 2)le tonnellate di documenti e testimonianze che ne restituiscono la realtà 3)le centinaia di partecipanti al convegno negazionista di Teheran….
    Storia e politica si intersecano, è vero. a dividerle sono appunto i principi e i valori, perlopiù etici, che rimangono secondo me dei validi parametri di lettura della realtà, buoni forse anche per trasformarla.

    Commento di vaitranquillo — dicembre 19, 2006 @ 4:24 pm | Rispondi

  25. 24 commenti… mi state piacendo..🙂

    Commento di sergiomarchesini — dicembre 20, 2006 @ 12:31 pm | Rispondi

  26. Purtroppo un punto critico di trapasso fra democrazia e autoritarismo, fino alla dittatura, è probabilmente impossibile da definire chiaramente.

    Tutti si ricordano di Orwell e di 1984, in cui il totalitarismo si mostra nella sua forma “ingenua”, come controllo diretto. Pochi, invece, si ricordano di Aldous Huxley e del Mondo Nuovo, in cui il totalitarismo assume la forma che il sociologo Buaman ha chiamato “panoptycon”: non c’è qualcuno che controlla gli altri, sono le persone stesse che si trovano costrette ad assumere forzatamente certe decisioni e seguire determinati stili di vita perchè privi di alternative.
    Nel modello 1984 è facile individuare dall’esterno l’instaurazione di forme dittatoriali, mentre dall’interno non lo è affatto. Ma nel modello di Huxley, anche dall’esterno, è molto complicato stabilire (se c’è) il punto di trapasso. E non c’è bisogno di nessun carro armato o della violenza per instaurare un simile regime.

    Ci piaccia o meno, le società occidentali hanno da tempo frenato il loro progesso sociale e politico, del quale, a mio avviso, il modello sociale europeo è stato il punto più alto. Ci piaccia o meno, questo modello è in crisi, come sono in crisi le conquiste liberali, contro le quali si utilizza la minaccia del terrorismo per farle arretrare ulteriormente.
    Ci piaccia o meno, i sistemi politici occidentali stanno diventando meno democratici e più autoritari; se la dittatura prevede l’annientamento delle minoranze, per l’autoritarismo è sufficiente renderle ininfluenti nei processi decisionali.
    Il mondo in cui viviamo è quello del pensiero unico, in cui visioni “altre” sono escluse, dichiarate “illegittime” nel dibattito. Eppure ci troviamo di fronte a problemi globali enormi, che sono un pesantissimo atto d’accusa verso il sistema mondiale. Non è questo l’indice migliore per mostrare la natura forzata del corso politico attuale, in Italia e in ogni altro paese?

    Commento di amileti — dicembre 20, 2006 @ 1:03 pm | Rispondi

  27. il mio ultimo commento riguarda chi ha bisogno di giorni e giorni per pensare un commento. poi più passa il tempo più sale l’aspettativa……capito enri???

    Commento di vaitranquillo — dicembre 21, 2006 @ 11:56 am | Rispondi

  28. Caro Stè, mi sottraggo volontariamente al dibattito aperto dal tuo articolo, una discussione che è diventata di largo respiro (ma questa è proprio una delle caratteristiche fondanti di un blog).
    Volevo solo provare a dare una risposta alla tua domanda sul fatto se –riassumendo- sia giusto formulare un giudizio su una pagina di storia non ancora chiusa. Perché, e sono perfettamente d’accordo, è una pagina aperta, molto aperta, su cui ancora tanto ci sarà da scrivere. Secondo me è lecito provarci. A costo d’incorrere, a meno agli inizi, in una visione influenzata da una prospettiva storica deformante, perché, come dici tu alla fine, Pinochet rappresenta un passato che ha ancora molti sviluppi nel presente, e il presente è difficile da analizzare no? Il rischio di sbagliare ovviamente c’è, e sono convinto che col passare degli anni l’operato di Pinochet sarà analizzato e sviscerato sempre meglio. Però intanto cominciamo, facciamo uno sforzo critico, probabilmente ci servirà più per il futuro che adesso. Per questo difendo il tentativo di Romano di cui posso criticare i contenuti, non il metodo.

    Commento di ealbertini — dicembre 21, 2006 @ 2:13 pm | Rispondi

  29. Diceva Benedetto Croce che “la storia è sempre contemporanea”. Condivido profondamente la definizione del filosofo idealista che, in fondo, ci ricorda che i criteri d’oggettività nella riflessione storica sono un mito positivista e che, dunque, il fluire del tempo non rende più obiettiva la ricerca ma semplicemente ne cambia la sensibilità. In questo senso, non mi pare particolarmente utile l’attesa, se quello che ci si aspetta è il raggiungimento di una maggiore oggettività. Il giudizio storico cambia sempre sulla scia dello “spirito dei tempi” ed è dunque giusto ed opportuno un suo utilizzo costante ed aperto attraverso il tempo. D’altronde, l’emissione del giudizio storico non è di per se sufficiente per chiudere “una pagina della storia”. Direi, anzi, che è forse uno dei modi più efficaci per mantenere vive la questioni e per arrivare progressivamente ad una comprensione più approfondita dei fenomeni, non tanto, come dicevo, per il semplice passare del tempo, quanto piuttosto per il contributo che la successione degli studi sul tema può fornire.

    Mi sento dunque di condividere il tentativo di Romano, anche se non credo di poter far altrettanto per ciò che concerne i contenuti del su intervento. La riduzione del golpe pinochetista all’incapacità d’Allende di contenere le ali radicali dell’Alianza Popular non mi convince. Piuttosto, allargando la riflessione anche al di là del caso cileno, la questione che mi pare determinante è quella del riformismo in un continente dove lo strapotere delle elite oligarchiche rappresenta da sempre un ostacolo reazionario e violento a qualsiasi tentativo di cambiamento. Il punto drammatico che l’esperienza del riformismo istituzionale cileno, corroborata dalla storia altrettanto triste del fuochismo e della lotta armata latinoamericana degli anni ‘60, ‘70 ed ‘80 mette in luce è, dunque, l’estrema difficoltà che la costruzione di un percorso di riforme sociali ha da sempre incontrato nel Nuovo Mondo. Allende non cade per problemi d’infantilismo estremista, che ovviamente ci furono, ma bensì per aver attaccato alla radice le basi del potere dell’elite conservatrice cilena. Da qui la reazione furibonda di parte della società cilena e di parte delle forze armate del Paese andino. Ad ogni modo, e concludo, nessun nuovo giudizio o tentativo di “risistemazione” della questione cilena può intaccare l’ingiustificabilità della repressione del regime. Anche ammetteno la tesi di Romano sulle eventuali responsabilità politiche d’Allende negli eventi che portarono al Golpe del 73, nienete di nuovo si può dire sulle atrocità commesse dal regime. Su questo, l’esercizio di memoria rimane una ginnastica fondamentale ed ineludibile ma resta, pur sempre, un esercizio differente, forse parallelo da quello dell’analisi storica.
    Vanni Pettinà

    Commento di vaitranquillo — dicembre 21, 2006 @ 4:10 pm | Rispondi


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