il Padovanino

dicembre 24, 2006

Il processo Andreotti, questo sconosciuto

Filed under: Uncategorized — giovannafaggionato @ 6:44 pm

Quanta confusione…e allora beccatevi questo lunghissimo post sul processo Andreotti.
Premetto che secondo me non ha senso sostenere opinioni senza uno sguardo ai documenti, quindi eviterei gli appelli alla libertà d’informazione, anche se condivisibili, se l’informazione non viene poi data. Ma non posso per nulla condividere le considerazioni di Marco, pur sapendo che vengono da una persona che ha un a formazione giuridica. Ma rifarsi e criticare principi giuridici astratti senza spiegare che ruolo hanno avuto nel dibattimento processuale non spiega niente e falsifica i fatti.

Sono andata a leggermi i documenti processuali per cercare un po’ di chiarire come sono state formulate le tre sentenze sul Divo Giulio. Fatto questo posso dire che le considerazioni di Marco non reggono neanche un po’.

1999: prima sentenza

La prima sentenza è giunta a tre conclusioni:
Andreotti ha mentito ripetutamente sui suoi rapporti con esponenti mafiosi, personaggini a modo come i fratelli Salvo e Stefano Bontate e altri, ma l’ha fatto, secondo i giudici, perché doveva difendere il suo ruolo pubblico.
Il Tribunale ha considerato attendibili solo alcune testimonianze dei numerosi pentiti che lo accusavano, confermando però la veridicità di molti incontri privati tra Giulietto e uomini in vista di Cosa Nostra e soprattutto di rapporti strettissimi tra questa e la corrente andreottiana della Dc in Sicilia, Lima per intenderci.
Ha ritenuto però che questo non bastasse per promulgare una condanna e ha assolto il pluripresidente del consiglio per insufficienza di prove.

Il ricorso del P.M.

L’accusa ha presentato ricorso in appello, convinta che la sentenza di primo grado non fosse coerente con i fatti accertati in dibattimento. In più molte delle testimonianze considerate attendibili erano state interpretate come indizi autosufficienti, mentre l’accusa sosteneva che secondo l’art.192, comma 3 e 4 che fossero da interpretare come vere e proprie prove da mettere in relazione tra loro per ricostruire un quadro logico e complessivo della vicenda.
Infine si reclamava l’assenza nella sentenza di primo grado di una ricostruzione storica e contestuale dei fatti accertati. Insomma i giudici non avrebbero tenuto conto né dei meccanismi propri esistenti all’interno dell’organizzazione mafiosa , né del contesto storico politico all’interno del quale si sono svolti gli avvenimenti.

Maggio 2003: seconda sentenza

La Corte d’appello accoglie il ricorso in pieno per i fatti fino al 1980, basta leggere le motivazioni della sentenza di secondo grado. I giudici vi spiegano come ogni principio giuridico per avere un senso va riportato all’esame delle vicende concrete In più all’ipotesi di colpevolezza si aggiungono nuovi elementi : le testimonianze dei pentiti Giuffrè e Lipari. Ma per i fatti successivi lo assolve per insufficienza di prove.

Non è vero che non sono stati riesaminati gli elementi processuali e si è arrivati a una colpevolezza di rito, né che sono stati esaminati solo indizi risibili. Ma è stata fatta una ricostruzione delle vicende logica e fondata su fatti accertati gravissimi, non sto qui ad elencarli ma leggeteli, fanno rabbrividire!
Se qualcuno poi iniziasse a dire che i pentiti non sono attendibili, bè non tutti lo sono, i processi servono a verificare anche questo. Ma i collaboratori di giustizia sono uno strumento principe della lotta alla mafia , in questo senso si è battuto un “pivellino” come Giovanni Falcone.

1980 più 22 fa 2002

Insomma Andreotti per la Corte d’appello di Palermo è colpevole di associazione a delinquere fino al 1980. Perché non associazione mafiosa? Perché nel 1980 il reato non era ancora previsto! Viene infatti introdotto (art.416 bis) solo nel 1982 dalla legge Rognati-LaTorre, che fissa dei tempi di prescrizione più lunghi rispetto alla semplice associazione a delinquere. Allora che succede? Che siccome il reato è accertato solo fino alla primavera dell’80, Andreotti è colpevole solo di associazione a delinquere e allora i tempi per la prescrizione sono più brevi, allora…è assolto!
La prescrizione infatti scatta dopo 22 anni e mezzo: primavera 1980 più 22 anni e mezzo fa dicembre 2002. Ma la sentenza di secondo grado arriva cinque mesi dopo e quella definitiva il 15 ottobre del 2004.

Ottobre 2004: sentenza definitiva

La sentenza di secondo grado pare non piaccia proprio a nessuno: né alla Procura Generale né ai difensori di Belzebù, dunque doppio ricorso in Cassazione.
La Procura vuole che Andreotti sia incriminato anche per i fatti successivi all’80. La difesa sostiene l’inattendibilità del quadro probatorio per i reati precedenti all’80 e chiede l’assoluzione con formula piena per quelli successivi.

Il fatto è che dal 1980 circa la “mafia buona” (così definita dall’avvocato Buongiorno) di Bontate, i Salvo e Badalamenti perde la guerra con i Corleonesi. Nel gennaio del 1980 Mattarella viene ucciso perché “non ha rispettato i patti”, Andreotti è a conoscenza delle cause e dei mandanti dell’omicidio. Cosa fa? Non dice niente, incontra Bontate l’ultima volta e poi sembra allontanarsi dagli affari siciliani. L’accusa sostiene che i suoi rapporti con la mafia, in particolare con Riina dei Corleonesi siano continuati fino ai primi anni ’90, ma la Corte di Palermo aveva giudicato le testimonianze in questo senso non sufficienti per una condanna, perché basate soprattutto su dichiarazioni dello stesso Riina riferite dai pentiti.

La Corte di Cassazione conferma la sentenza di secondo grado e respinge il ricorsi della Procura, ma contemporaneamente anche quello dell’imputato, difendendo in toto il ragionamento della Corte di Palermo. Per quel che riguarda il tipo di implicazione che Andreotti ha avuto in Cosa Nostra, i giudici concludono che fino al 1980 “la sentenza ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini di una mera disponibilità, ma in quelli giuridicamente più ampi e significativi di una concreta collaborazione.”

Un giornalista queste cose le può dire, e se ha un buon avvocato rischia anche di vincere una prevedibile causa per diffamazione.

Ma vado oltre. Aggiungo che anche se la verità giuridica, o meglio la sentenza, avesse assolto completamente il senatore Andreotti, questo non significa che un giornalista non possa raccontare quali fatti sono stati accertati durante il processo. Voglio dire che se Andreotti ha avuto continui rapporti con Tano Badalamenti e poi viene assolto, io posso raccontare ed esprimere anche un giudizio su questa bella coppia di fatto. Come direbbe Bondi, noi mica siamo i soliti giustizialisti. Perchè come hanno scritto i giudici della Corte di appello di Palermo : “Di questi fatti comunque si opini sulla configurabilità del reato , il senatore Andreotti risponde in ogni caso dinanzi alla Storia.”

Fonti: www.diritto.net/content/view/709/8http://it.wikipedia.org/wiki/Giulio_Andreotti
http://www.societacivile.it/

4 commenti »

  1. “Et voilà justement comme on écrit l’histoire!”
    Sembra quasi che Voltaire si riferisse a questo processo e ai commenti che ne stiamo facendo.
    Non penso proprio che un giornalista rischi una condanna per diffamazione nel citare le motivazioni di una sentenza. Ritornando al discorso iniziale, l’etichetta che il buon Alberto aveva affibiato al senatore a vita, si può dire che sicuramente Andreotti ha avuto contatti con personaggi mafiosi di spicco. Ma questo non ci permette di definirlo “mafioso” a tutti gli effetti. Sono anche convinto che, in quegli anni, chiunque avesse così tanto potere dovesse scontrarsi con certe conoscenze. Non è certo l’unico caso in cui lo Stato è venuto a patti, a vari livelli, con capiclan mafiosi.
    E, collegandomi alla tua chiusa, sposterei il discorso sull’operato dell’Andreotti politico e statista, un argomento che un po’ di carne al fuoco la potrebbe mettere.

    Commento di ealbertini — dicembre 24, 2006 @ 8:38 pm | Rispondi

  2. Mia cara Giovanna,

    mi sono fatto un punto d’onore, per il prossimo Natale, di invitarti a casa mia. Mio padre suona la tromba, i parenti convengono sulle cose buone e utili del Natale, il cane Zeus scodinzola liberamente e nessuno, in genere, parla di Andreotti.

    D’altra parte non saprei come significarti i sentimenti di un più profondo ringraziamento: se non lo avessi aspramente criticato, chi avrebbe letto il mio post, ventiseiesima risposta ad un articolo di Alberto?

    Nonostante la confusione che, a quanto pare, ottenebra la mia mente, mi riservo di portare un po’ di luce sul significato del mio scritto. Personalmente, la mia intima opinione su Andreotti-uomo politico non è, con tutta probabilità, molto diversa dalla tua. Ma la questione che volevo segnalare è di un tenore diverso.

    Quale significato deve attribuire la civiltà al processo penale? Nei paesi anglosassoni, come in tutti i paesi civili, il procedimento è volto a chiarire in modo definitivo la posizione di un uomo rispetto allo Stato. Si deve sapere, con la sentenza, se un uomo sia degno di rispetto o meno, se il suo nome possa essere portato con onore o meno, se egli possa rivestire pubbliche funzioni o se invece debba essere allontanato dalla vita pubblica. Il procedimento è, in genere, molto breve, e si fonda su prove che devono essere raccolte secondo principi di legalità e tassatività, ed esibite esclusivamente in aula. Da noi non è esattamente così. I processi possono concludersi con un “forse”, durano dieci anni e un coacervo di indizi, voci, e impressioni personali possono cumularsi e costituire una prova.

    L’importanza che si attribuisce agli indizi è tale che, in un processo importante, il fascicolo può contenere milioni di pagine, e una sentenza migliaia.

    Un inglese non comprenderebbe mai il significato della sentenza su Andreotti: è colpevole o innocente? Che significa parlare di un rapporto stabile con la mafia e poi assolvere, per una qualsiasi motivazione, chi ha mantenuto viva, per anni, tale relazione? E soprattutto, che giudizio esprimere su una magistratura così inconcludente, impegnata, per lo più, a non dispiacere a nessuno? Sì, perché la sentenza è un chiaro esempio di mediazione tra le parti, ed è scritta con la costante preoccupazione di dire e non dire, di fare e non fare giustizia. E’ abbastanza evidente che l’intima convinzione dei giudici fosse orientata verso la colpevolezza dell’uomo, ma che bisognasse trovare una scappatoia per evitare di mandare in galera una persona sulla base esclusiva di concordanti dichiarazioni di pendagli da forca. Non esistevano prove materiali, non c’erano riscontri sicuri, – e di qui l’utilizzo della prescrizione come lima, martello e cancellino per sistemare le cose. Se Andreotti fosse stato un tizio qualunque, in base a quegli indizi concordanti sarebbe finito all’Ucciardone, ma a suo favore si era espressa pure la Chiesa…

    A Venezia si lamentano perché l’invasione napoleonica diede vita ad un saccheggio che determinò la spoliazione della città. Forse più di 30 mila opere d’arte, che un tempo riposavano nelle collezioni private dei patrizi, ora si trovano all’estero, nei musei di mezzo mondo. In città non è rimasto che un centesimo dell’immenso patrimonio. In cambio, Napoleone ha portato i giardini pubblici, i cimiteri e il principio di legalità. E’ un brocardo di origine illuminista, che recita così: Nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali. Sai com’è, agli illuministi apparve gravemente lesivo dei diritti del cittadino punire “successivamente” un’azione la quale, nel momento in cui viene commessa, non è ancora penalmente sanzionata, anche se risulta già contraria alla morale e al diritto. Invero il divieto di retroattività viene riferito non tanto alle regole di comportamento quanto alla sanzione, la quale diviene una misura arbitraria, inconciliabile con la libertà del singolo, se applicata senza preventiva minaccia. Il principio ha trovato il suo riconoscimento formale nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (art. 8:Nul se peut être puni, qu’en vertu d’une loi établie et promulgueé anterieurment au délit et légalment appliqueé) e da lì si è diffuso nel mondo, grazie alle conquiste del generale francese. Canonizzato in latino nell’Ottocento da Anselm Feuerbach, che lo raccordava concettualmente al problema della prevenzione generale, il principio oggi è accolto dalla nostra Costituzione (art. 25, comma 2°) e dal codice penale (art. 2 comma 1°). Può non valere per Andreotti? O dobbiamo applicare la legge Veneziana prima dell’arrivo di Napoleone, normativa penale ampiamente ispirata alla Promissione al Maleficio del 1181, curata dal doge Orio Mastropiero? Ti ci vedi con le tenaglie infuocate e i tratti i corda, intenta a estorcere verità relative a fatti che, nel momento della commissione, non costituivano reato? Se non ti ci vedi, puoi deporre le tenaglie e abbracciare la Costituzione.

    Al di là del tono scherzoso, quello che voglio significare è che i principi, una volta accolti nel sistema penale di uno stato, debbono valere per tutti, anche per gli Andreotti e qualsiasi cosa abbiano combinato nella loro (oscura) esistenza. Altrimenti ci rimettiamo tutti.

    Sarebbe davvero importante se, costatato il fallimento di quello attuale, la classe politica italiana desse vita ad un nuovo codice di procedura. Il problema è che non ne è all’altezza.

    Ringraziandoti per aver acceso la luce sui miei scritti e nella convinzione di non esserti piaciuto proprio per niente, ti porgo calorosi auguri di Natale e di un felice Anno Nuovo. Marco.

    Commento di maxstirner — dicembre 25, 2006 @ 11:15 pm | Rispondi

  3. Caro Marco, vorrei aggiungermi, da esperto imbucato quale sono, al prossimo Natale a casa tua.
    Mi sa che su Andreotti la pensiamo tutti -più o meno- come Giò: però hai perfettamente ragione, i principi accettati nel nostro ordinamento debbono valere per tutti. Parafrasando Montanelli, e solo per questa discussione, mi “turo il naso e voto Andreotti”.
    E poi Orio Mastropiero è ricordato, oltre per la Promissione, prima legge penale della Repubblica, come il primo esempio di Doge eletto da quaranta personaggi “onesti, laici e timorati di Dio” nominati dal Minor Consiglio veneziano…perdonatemi, sto scadendo in un campanilismo che non mi si addice. Sarà l’ora, o sarà qualcos’altro.
    Abbracciando la Costituzione, di nuovo Buone Feste.

    Commento di ealbertini — dicembre 26, 2006 @ 12:49 am | Rispondi

  4. Sei il benvenuto!

    A proposito, ho iniziato un blog, se volessi scrivere qualcosa…

    http://maxstirner.wordpress.com/2006/12/13/hello-world/#comments

    Commento di maxstirner — dicembre 26, 2006 @ 1:52 am | Rispondi


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