il Padovanino

febbraio 27, 2007

L’insostenibile leggerezza degli Academy Awards

Filed under: attualità — albertogallo @ 2:51 pm

scorsese.jpg

Da oggi il mondo del cinema, o almeno quella parte della cinematografia mondiale che risponde al nome di Hollywood, ha una colpa in meno: dopo anni di efferati crimini commessi ai danni di innocenti geni quali Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, Charles Chaplin e David Lynch, dalla notte del 25 febbraio l’Academy non potrà più essere accusata a gran voce da milioni di cinefili… di non amare il cinema. In poche parole: Martin Scorsese, “il” regista per eccellenza, colui che più di ogni altro cineasta ha saputo dare un senso alla settima arte dagli anni ’70 ad oggi, l’ultimo genio di Hollywood, ha vinto un Oscar.
Bene, bravi, evviva.
Passato l’entusiasmo, però, è tempo di fare un paio di riflessioni. Innanzitutto bisogna precisare cosa significa vincere un Oscar: quando un film si aggiudica una statuetta l’ambìto premio non va al regista, bensì al produttore. È questo il motivo per cui si dice che il grande Hitchcock sia sempre rimasto a bocca asciutta, sebbene il suo Rebecca, la prima moglie avesse vinto il premio come miglior film nel 1940. L’utilità di distinguere i premi per miglior film e miglior regia può essere messa in discussione: se è vero che il regista è l'”autore” del film in tutto e per tutto, allora i due riconoscimenti dovrebbero coincidere. E perchè, d’altronde, se un film è stato giudicato il meglio diretto in un determinato anno, allora non dovrebbe essere il migliore tout court? Cosa distingue un film “bello” da un film “ben diretto”? Non sono forse la stessa cosa? C’è da dire, infatti, che spesso chi si aggiudica un premio si porta a casa pure l’altro. Un’ulteriore precisazione va fatta nei confronti di quei casi in cui le pubblicità, per attirare il pubblico verso un determinato film, recitano: «Dal regista premio Oscar…», quando magari il prodotto in questione è stato diretto da un regista un cui film ha vinto in passato soltanto una statuetta per i costumi o il montaggio sonoro. Se dovessimo accettare questo genere di definizioni, allora Martin Scorsese sarebbe un “regista premio oscar” da più di vent’anni. Le sue opere infatti hanno spesso ottenuto prestigiose statuette: dai premi per gli attori protagonisti (De Niro in Toro Scatenato e Paul Newman in Il colore dei soldi), a quelli per gli attori non protagonisti (Joe Pesci in Quei bravi ragazzi e Cate Blanchett in The aviator) alle statuette “tecniche” per il montaggio (Thelma Schoonmaker per Toro scatenato) e la fotografia (Robert Richardson per The Aviator), i film del regista italoamericano hanno spesso portato a casa un buon numero di riconoscimenti.
Mancavano solo, come si è detto, i premi per miglior film e miglior regia, arrivati quest’anno per il gangster movie The departed. L’impressione, ad essere del tutto sinceri, è che si tratti di un riconoscimento tardivo, quasi un oscar alla carriera, assegnato a Scorsese come parziale risarcimento per le incredibili sconfitte subite in passato (peccato che al nostro Ennio Morricone non sia andata altrettanto bene, e che il suo Oscar, quest’anno, sia stato alla carriera senza “quasi”). The departed è un bel film, ma non è assolutamente il migliore nel catalogo scorsesiano. Non rientra nemmeno nella top five dei suoi film più belli (che sono, a mio insindacabile e anche un po’ banale giudizio: Taxi driver, Toro scatenato, Fuori orario, Quei bravi ragazzi e Casinò). Si può dire che The departed, film che sigla la terza collaborazione consecutiva della coppia tutta italoamericana Scorsese/Di Caprio, versione aggiornata e un po’ sbiadita della ben più memorabile e altrettanto mangiaspaghetti Scorsese/De Niro, sia uno dei dieci film più belli del Nostro, nè più nè meno. Andando poi a rivedere la storia delle passate sconfitte scorsesiane, la domanda sorge spontanea: «Perchè proprio The departed?». Taxi driver, film oltremodo scomodo per un’America fresca reduce della guerra in Vietnam, fu surclassato da Rocky (!!!), Toro scatenato da Gente comune (polpettone familista di Robert Redford) e Quei bravi ragazzi, troppo violento ed estremo per piacere all’Academy, da Balla coi lupi (bel film, d’accordo, ma chi è Kevin Costner in confronto a Lui?). Negli ultimi anni la giustizia pare invece aver fatto parzialmente il suo corso, condannando a non-vittoria opere mediocri come Gangs of New York (sconfitto dal bel musical Chicago, ma Il pianista e The hours avrebbero forse meritato maggior fortuna) e soprattutto The aviator (battuto dal decisamente migliore Million dollar baby di Clint Eastwood). Quest’anno, d’altronde, la situazione per Scorsese è stata particolarmente favorevole: di rivali irresistibili non ce n’erano, eccezion fatta per le Lettere da Iwo Jima del solito Clint Eastwood, regista che, avendo già vinto due volte, salvo miracoli non otterrà in vita sua altre statuette. Inoltre The departed è stato un grande successo al botteghino (il più grande del regista italoamericano), cosa che per l’Academy è sempre piuttosto importante. Aggiungete a tutto ciò un paio di star di prima grandezza quali Leonardo Di Caprio e Jack Nicholson e il gioco è fatto.
The departed, avrete capito, non poteva non vincere, e in fondo va bene così.

Alberto Gallo

2 commenti »

  1. Puntuale la critica sulla divisione dei premi; un po’ meno quella sulla salomonica meritocrazia accademy, la cui perequità è ben nota (ma questa non è certo colpa tua).

    Il pezzo è anche gradevole da leggere. Se posso solo fare il rompipalle (“che strano”, dirai…), due picocli consigli: dividi più per paragrafi e occhi al titolo. La perequazione dell’oscar non mi apreva fosse il vero focus dell’articolo; piuttosto, le alterne fortune di Scorsese.

    ciao.

    Commento di rikileo — febbraio 28, 2007 @ 10:14 am | Rispondi

  2. Io mi tolgo tanto di cappello di fronte al nostro critico e gli chiedo giudizi sugli altri film più apprezzati, in particolare Lettere da Iwo Jima, Little Miss Sunshine, Dreamgirls.

    Commento di danielechiti — febbraio 28, 2007 @ 1:59 pm | Rispondi


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